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CONVEGNO ACLI

SABATO 11 MAGGIO 2002

SALA DEGLI STEMMI CATTEDRALE DI MELFI(PZ)

 

“FLESSIBILITA’ E QUALITA’ DEL LAVORO NELL’AREA DEL VULTURE-MELFESE”

 

Bozza provvisoria 

Relazione di Giulio Sarli
Presidente Regionale ACLI

 MELFI, 11 MAGGIO 2002

 

RELAZIONE

Giulio Sarli

Presidente Regionale ACLI di Basilicata

 

 

Voglio aprire questo mio intervento con alcuni ringraziamenti che ritengo doverosi e che sono estremamente sinceri e sentiti. Ringrazio in primo luogo S.E. Mons. Vincenzo COZZI e Don Vincenzo CASORELLA per aver consentito la realizzazione di questo convegno in questa splendida sala che fa da cornice a tutta una storia e ad una cultura di questa zona; ringrazio sinceramente gli amici del Circolo ACLI di Melfi, in primo luogo il presidente Vincenzo CORBO, instancabile e tenace lavoratore e timoniere delle Acli locali e poi Vincenzo LICCIONE, la sig.ra Giovanna e tutti i soci del Circolo che hanno voluto partecipare ai nostri lavori; un grazie sincero agli ospiti intervenuti dalle regioni vicine e agli amici della sede nazionale; tutte queste presenze sono per noi uno stimolo ed un incoraggiamento ad andare avanti e fare le ACLI.

E per noi delle ACLI, la tutela e la promozione del lavoro rappresenta, da sempre, una priorità di impegno sociale e programmatico; ed oggi dibattiamo di questo, con l’intento di sviluppare una discussione aperta e con qualificati contributi che certamente non mancheranno nel corso della mattinata.

Il titolo della mia relazione: ”Il lavoro in Basilicata: una questione ancora aperta!” è volutamente provocatorio; e questo perché nonostante alcuni incoraggianti segnali di ripresa come:

-         un aumento del numero di nuove imprese;

-         un aumento significativo delle esportazioni;

-         creazione di nuovi posti di lavoro, sia pure atipici,

 nonostante tutto ciò, gli indicatori macroeconomici sono ancora insoddisfacenti,permane, pertanto, un livello di disoccupazione, soprattutto giovanile, ancora molto alto; un reddito pro-capite tra i più bassi anche delle regioni del Sud; una fascia di povertà ancora molto estesa e potremmo continuare!

Provando, molto brevemente, a sviluppare un’analisi del quadro regionale di riferimento, ci accorgiamo che, pur in presenza di evidenti fenomeni di trasformazione, il sistema produttivo lucano continua ad essere caratterizzato da debolezze strutturali che impediscono l’attivazione di rapidi ed efficaci processi di crescita. Per lungo tempo la Basilicata è rimasta confinata ai margini di tutte le direttrici di sviluppo, seguendo dinamiche socio economiche comuni alle realtà più depresse del mezzogiorno.

Le evidenti carenze infrastrutturali si riflettono direttamente sul sistema delle imprese le quali, salvo rari casi, continuano ad operare in mercati estremamente ristretti, di carattere provinciale e regionale, con scarsa propensione al rischio e all’investimento per operare in settori produttivi nuovi.

 

Ma ai nodi critici che ancora impediscono la realizzazione di una efficiente area-sistema, si contrappongono alcuni segnali nuovi rappresentati dallo sviluppo e dal consolidamento di alcune specializzazioni manifatturiere, come quelle dell’agro-alimentare, del mobile imbottito e della meccanica.

Sempre più tali filiere produttive si organizzano secondo la logica dei distretti industriali, caratterizzati da molte imprese di piccole dimensioni capaci di contribuire al processo produttivo integrato attraverso competenze e professionalità di grado elevato.

Ed è proprio il comprensorio del Vulture-Melfese che si configura come distretto maggiormente strutturato dal punto di vista produttivo, sia sotto il profilo dimensionale degli impianti, sia sotto l’aspetto della varietà dei comparti coinvolti; infatti esso comprende:

 

1.     il distretto della componentistica per auto di Melfi (SATA della FIAT);

2.     il polo della corsetteria di Lavello;

3.     il bacino idrico-minerario del Vulture con le imprese di imbottigliamento delle acque minerali;

4.     la maggiore concentrazione regionale delle industrie di trasformazione agro- alimentare.

 

Ma tutto il sistema industriale lucano evidenzia da un lato, una non soddisfacente diffusione territoriale delle attività manifatturiere e dall’altro una localizzazione delle realtà più dinamiche, prevalentemente lungo i bordi esterni della regione; è chiaro quindi che, ai fini di un consolidamento del sistema industriale della Regione, occorre rendere più fitta la maglia degli insediamenti industriali esistenti, integrandola maggiormente con attività complementari e interconnesse a quelle proprie dei poli strutturali.

 

Ad esempio, nel comprensorio Vulture-Melfese occorre favorire:

-         l’inserimento degli agglomerati industriali di Nerico (Pescopagano) e Vitalba (Atella) all’interno del distretto dell’auto di S.Nicola di Melfi, al fine di ampliare e diversificare l’offerta manifatturiera della zona;

-         consolidare il polo della corsetteria di Lavello con la progressiva estensione delle attività all’intera filiera dell’intimo, coinvolgendo nel processo le aree PIP dell’alto Bradano;

-         potenziare il comparto agro-alimentare puntando ad una maggiore qualificazione produttiva delle attività di trasformazione, utilizzando le produzioni agricole tipiche della zona (qualità dei frumenti per la pasta, gli ortaggi della Valle dell’Ofanto per la IV gamma e per l’industria della surgelazione e del freddo).

 

Nel complesso emerge dunque come alla persistenza di talune criticità nel sistema economico territoriale lucano si frappongono alcuni fattori in grado di innescare positive dinamiche di crescita e di conseguente occupazione.

Gli elevati livelli di specializzazione in alcuni comparti manifatturieri (dalla meccanica alla chimica, dall’alimentare alla produzione del mobile) rappresentano un rilevante punto di forza, in grado di dare luogo a manodopera qualificata capace di attrarre investimenti esterni al territorio lucano.

Per ciò che attiene il mercato del lavoro, esso segue, nel nostro territorio, dinamiche molto simili a quelle che caratterizzano il mezzogiorno e cioè un rallentamento progressivo degli ultimi anni dei livelli di disoccupazione, e questo dopo un lungo periodo di aumento considerevole del numero dei disoccupati; tutto ciò mette in evidenza la capacità del sistema produttivo lucano di riorganizzarsi e di agganciare altre regioni con più forte sviluppo e occupazione.

Si ha quindi la percezione di una società che presenta grande dinamismo e potenzialità ma che risente ancora di un sistema produttivo in parte arretrato e poco efficiente; in termini più specifici si rileva che il mercato del lavoro presenta, allo stato attuale, evidenti situazioni di squilibrio:

 

1)        Squilibri di natura settoriale e territoriale con una domanda che risulta concentrata in aree ben definite ed esclude porzioni ampie del territorio.

2)        Squilibri di natura generazionale, con oltre 25 mila unità che hanno superato i trent’anni; a ciò si aggiunga che i due terzi (cioè il 64%) dei lavoratori lucani in mobilità, nell’anno 2000 superava i 40 anni.

3)        Squilibri di natura professionale, con domande e offerte di lavoro che tardano ad incontrarsi. Sono note le difficoltà di reperimento di manodopera e tecnici già qualificati, quadri intermedi e manageriali, delle principali imprese industriali.

 

Auguriamoci che anche questo convegno faccia chiarezza sull’importanza dello strumento della FORMAZIONE PROFESSIONALE per preparare in maniera “mirata” i nostri giovani all’esigenza del lavoro che cambia.

L’aumento dell’occupazione netta regionale può essere perseguita attraverso una doppia strategia e cioè:

a)     da un lato attraverso l’assorbimento di quote crescenti di offerte di lavoro da parte della struttura produttiva regionale (privato, pubblico, industria, servizi, etc.);

b)    dall’altro, attraverso la predisposizione di politiche mirate a rendere più efficiente e flessibile il mercato del lavoro.

 

Tutto ciò sicuramente contribuirà ad ampliare la base occupazionale complessiva della regione ma consentirà di riequilibrare i diversi mercati del lavoro esistenti sul territorio regionale. Ma che cosa intendiamo dire con il termine aumento della flessibilità del lavoro o assorbimento di offerta di lavoro non occupata?

Tutto questo per noi delle ACLI può e deve significare in primo luogo la promozione di attività alternative al lavoro dipendente, particolarmente indicate per la valorizzazione delle risorse ambientali e culturali; in tale contesto le principali attività potrebbero riguardare ad esempio:

-         la raccolta differenziata dei rifiuti e loro compostaggio e smaltimento;

-         la gestione degli impianti per il controllo delle fonti di inquinamento;

-         la bonifica dei siti e degli immobili inquinati (si pensi per es. all’amianto);

-         la gestione e realizzazione delle reti di monitoraggio ambientale;

-         la gestione delle aree protette e di Parchi floreali, faunistici, naturalistici.

Ulteriori occasioni di lavoro possono rivenire dal settore agricolo attraverso la creazione della cosiddetta “agricoltura di servizio”.

In secondo luogo pensiamo alla possibilità di valorizzare le nuove figure professionali in settori innovativi particolarmente indicati nella gestione di alcune reti di servizio come ad esemio:

-        nel riordino del catasto e nel recupero di efficienza di tutti i servizi pubblici presenti a livello locale;

-        nello sviluppo dei servizi para-sanitari e salutistici in genere;

-        nella creazione di servizi di assistenza ai soggetti in difficoltà (Centri di accoglienza, case alloggi, comunità terapeutiche, etc.);

-        servizi pubblici (gestione impianti sportivi, servizi turistici, socio assistenziali, etc.).

 

Per far si che tutte le occasioni menzionate possano trasformarsi in reali e concrete opportunità occupazionali è necessario avviare una coerente e determinata azione di riorientamento delle politiche pubbliche attraverso nuovi strumenti come la programmazione negoziata e concertata con tutti i soggetti attivi dello sviluppo; uno snellimento (Restyling) della pubblica amministrazione con servizi più efficienti, dispositivi di autorizzazioni e valutazione molto più rapidi ed infine una pressione “istituzionale” sulle aziende di credito per adeguare “linee finanziarie privilegiate” alle imprese.

Inoltre è essenziale una radicale riforma dei centri per l’impiego con l’azione di nuovi servizi che sappiano rivolgersi direttamente e attivamente al sistema delle imprese.

Il tempo a mia disposizione non mi consente di approfondire l’analisi che abbiamo appena cominciato; ho però il dovere di sintetizzare alcune considerazioni conclusive.

Che cosa possiamo intendere oggi con il termine “FLESSIBILITA’ e SOSTENIBILITA’ del lavoro?”

 

Uno studio dell’OCSE da al concetto di flessibilità la seguente definizione: “la flessibilità si riferisce all’abilità degli individui nel sistema economico e in particolare sul mercato del lavoro, di abbandonare schemi prestabiliti e adattarsi a circostanze nuove” e per le persone le circostanze nuove sono essenzialmente due: la globalizzazione e le sue conseguenze sulle imprese.

In particolare l’accresciuta competitività dei mercati e l’esigenza delle imprese ad adattarsi alle rapide evoluzioni della domanda di beni e servizi, ha generato una forte richiesta di flessibilità del fattore lavoro ripercuotendosi in maniera negativa sulle persone più esposte alle conseguenze dei cambiamenti; ed è proprio su questi ultimi che vengono a scaricarsi gli oneri maggiori derivanti dalla richiesta delle imprese di forte flessibilità provocando così:

1.     una diffusa precarietà e incertezza del percorso lavorativo;

2.     un’assenza di crescita professionale anche nel cambio da un lavoro all’altro;

3.     una scarsa identità personale e professionale del lavoratore.

 

Secondo la nostra visione questi oneri che si scaricano sul lavoratore sono tutt’altro che facili da rimuovere e richiedono una vera e propria rivoluzione copernichiana: passare cioè da politiche centrate sull’impiego e sul lavoro a politiche dell’apprendimento e della formazione.

La nostra associazione sta portando avanti questa grande interrogazione sul lavoro mutevole sforzandosi di far comprendere a tutti che è importante perseguire tutte le forme di modernizzazione e globalizzazione del sistema, ma non abbandonando luoghi e percorsi di socialità e tutelando le persone che lavorano e che sono sempre più esposte a processi di isolamento, esclusione e marginalizzazione di tipo individuale.

 

Vorrei concludere con le parole del Santo Padre, che sono state proferite in occasione dell’udienza speciale che ha concesso alle ACLI il 27 aprile ultimo scorso, dove ha ribadito:

“Le veloci trasformazioni in atto nei sistemi produttivi e del lavoro devono essere accompagnate con intelligenza, avendo sempre attenzione alle esigenze delle aree geografiche e dei ceti sociali meno favoriti. Da qui l’urgenza, di una coalizione globale a favore del lavoro dignitoso che consideri la centralità della persona umana.

Per questo voi, responsabili e membri delle ACLI, siete oggi chiamati ad essere nuovamente le <<api operaie>> della Dottrina sociale della Chiesa, strada maestra per rispondere alle grandi sfide dell’età contemporanea”.

 Giulio Sarli

PRESIDENTE DELLE ACLI DI BASILICATA

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